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fascite plantare

La fascite plantare

L’infiammazione della fascia plantare
La fascite plantare è una condizione patologica che colpisce la fascia plantare. La fascia plantare (porzione centrale dell’aponeurosi plantare) è una robusta banda di tessuto connettivo fibroso, di forma triangolare, che si trova nella parte inferiore del piede, appena sotto la pelle, e che si estende dal calcagno alle falangi del piede. Tale fascia ha la funzione di sostenere l’arco plantare e di assorbire gli shock durante le attività del piede. 

Una delle cause più comuni di dolore al tallone
La fascite plantare costituisce una delle cause più comuni di dolore al tallone, che si presenta spesso più intenso al mattino o dopo periodi di riposo. Può interessare persone di tutte le età, ma è più frequente negli sportivi, negli obesi, nei soggetti con piede piatto o cavo, e in quelli che indossano scarpe inadeguate.

Le cause più comuni
La fascite plantare è causata da una infiammazione e/o da una degenerazione della fascia plantare, dovuta a microtraumi ripetuti o a un eccessivo stress meccanico. Questi fattori possono determinare una riduzione dell’elasticità e della resistenza della fascia, favorendo la formazione di microlesioni e l’innesco di fenomeni infiammatori. La fascite plantare può essere associata alla presenza di una spina calcaneare, una formazione ossea che si sviluppa a livello dell’inserzione della fascia sul calcagno, ma non è chiaro se questa sia una causa o una conseguenza della patologia.

I sintomi della fascite plantare
Il dolore della fascite plantare è localizzato nella parte interna del tallone e si irradia lungo la fascia plantare, è tipicamente acuto, puntiforme e peggiora con il carico e la dorsiflessione del piede; può essere accompagnato da arrossamento, gonfiore e calore locale. Il dolore può essere anche molto intenso ed interferire con le attività quotidiane e sportive, limitando la funzionalità del piede e la qualità della vita

Come si diagnostica: l’esame clinico obiettivo
La diagnosi di fascite plantare si basa sulla raccolta di una dettagliata anamnesi, sull’esame obiettivo e sull’utilizzo di eventuali esami strumentali. L’anamnesi deve indagare i fattori di rischio, le modalità di insorgenza, la localizzazione del dolore, nonché la sua durata, l’intensità e le sue ulteriori caratteristiche. L’esame obiettivo deve valutare la presenza di segni infiammatori, prevede la palpazione della fascia plantare, la valutazione dell’arco plantare, la mobilità articolare, la forza e il tono muscolare, e il test di Windlass, che consiste nella flessione dorsale delle dita del piede, che provoca un aumento della tensione e del dolore a livello della fascia plantare. 

Gli esami strumentali
Gli esami strumentali sono utili per confermare la diagnosi, escludere altre cause di dolore al tallone e valutare la gravità della patologia. Tra gli esami strumentali, i più usati sono la radiografia sotto carico dei piedi, l’ecografia e la risonanza magnetica. La radiografia sotto carico ci consente lo studio biomeccanico del piede e può evidenziare la eventuale presenza di una spina calcaneare. L’ecografia può misurare lo spessore della fascia plantare e rilevare eventuali lesioni o alterazioni strutturali della stessa. La risonanza magnetica può mostrare in dettaglio lo stato della fascia plantare e dei tessuti circostanti, evidenziando l’eventuale presenza di edema tissutale o osseo, infiammazione, degenerazione della fascia. 

Come si interviene: approccio conservativo
Il trattamento della fascite plantare ha lo scopo di ridurre il dolore e l’infiammazione, e di ripristinare la funzionalità del piede. Il trattamento prevede approcci sia conservativi che chirurgici, a seconda della gravità e della durata dei sintomi. Il trattamento conservativo è quasi sempre la prima scelta e si basa su misure che comprendono il riposo relativo, l’eliminazione delle attività che peggiorano il dolore, l’uso di scarpe adeguate, l’ausilio di plantari, ortesi o talloniere che riducono lo stress sulla fascia plantare e sul tallone, l’applicazione di ghiaccio o calore locale, la fisioterapia, gli esercizi di stretching e rinforzo della fascia plantare e dei muscoli del polpaccio, le terapie fisiche come gli ultrasuoni, la terapia laser, la terapia a onde d’urto, la ionoforesi. La terapia conservativa si avvale anche di misure farmacologiche, che comprendono l’uso di analgesici, antinfiammatori, nonché delle infiltrazioni locali di corticosteroidi o di altre sostanze come il plasma ricco di piastrine o la tossina botulinica. Queste terapie hanno lo scopo di controllare il dolore e l’infiammazione, ma possono avere degli effetti collaterali e non sono sempre efficaci. 

La Radiofrequenza 
Nei casi refrattari, in cui il dolore persiste per più di sei mesi, è possibile fare ricorso alla radiofrequenza, una terapia mininvasiva che mira alla denervazione della sede di maggior dolore. Se anche questo approccio non sortisce gli effetti sperati, si può considerare Il trattamento chirurgico. 

L’Approccio chirurgico
Esistono molteplici interventi chirurgici, che generalmente prevedono la liberazione/release della fascia plantare, con o senza asportazione della spina calcaneare. Gli interventi possono essere eseguiti con tecniche open, con tecniche mini-invasive o percutanee. La chirurgia ha generalmente una buona percentuale di successo, ma anch’essa può comportare dei rischi e delle complicanze, come l’infezione, l’emorragia, il danno nervoso, la recidiva del dolore, la riduzione dell’arco plantare.

A causa della complessità della patologia e della molteplicità di presentazioni cliniche, è sempre opportuno non sottovalutare un dolore persistente al tallone e quindi rivolgersi al proprio ortopedico di fiducia per formulare una diagnosi corretta ed impostare un idoneo trattamento.